C'è comunque qualcosa che non mi torna. ‎- Woland
esprimiti caro amico, non tenerti tutto dentro ‎- effepunto
Un po' in generale, ma anche quella cosa dei salari minimi, per dire, dove dici "se il salario è superiore al punto di equilibrio", epperò quel "se" è grosso come una casa. Poi boh, mi sembra una di quelle cose che suonano sacrosante nel given scenario ma non in *any* given scenario. Temo di non avere gli strumenti tecnici per dire cosa c'è che non va, ma ho la netta sensazione che qualcosa che non va c'è. ‎- Woland
non ho capito l'obiezione, ma temo che siamo in due ‎- effepunto
provo a spiegar meglio la cosa del salario: se il salario è superiore al punto di equilibrio vuol dire che qualcuno ha imposto un limite minimo (il minimum wage in USA, i CCNL in Italia...), e quel limite minimo è sopra quello che sarebbe il salario liberamente determinato dal mercato. In questo caso le imprese assumeranno meno di quello che servirebbe (dove la quantità ideale è fissata in condizioni di libero mercato sempre dal punto di equilibrio), mentre ci saranno molti più lavoratori disposti a fare quel lavoro di quelli che servono (dove sempre il "servono" è determinato dal punto di equilibrio). Il risultato è che una parte di lavoratori sarà disoccupata, mentre la parte occupata sfrutterà la pelle dei disoccupati per guadagnare più del dovuto. Detta così - servirebbe, servono, dovuto - sembra una predeterminazione che non ha nulla di umano, ma il prossimo post invece vorrebbe provare proprio il punto opposto, e cioè che è proprio l'equilibrio di mercato quello giusto e umano. ‎- effepunto
Poi in realtà penso che tu provi ad confrontare questi concetti con le dinamiche del lavoro oggi in Italia, possibilmente nei dintorni di Roma, e qui sta un problema: come detto siamo ben lontani 1. da un mercato competitivo 2. da un mercato libero. Ci sta dunque che il modello non torni, ma la colpa non è del libero mercato, quanto della sua assenza. ‎- effepunto
Ma il punto di cui sopra l'avevo più o meno capito, mi sembra solo che si ragioni troppo in assoluti quando si parla di domanda e offerta. Il discorso fondamentale sono le risorse, e le risorse (lavoro compreso) non sono uniformemente allocate in natura. Non pensavo a Roma e dintorni di Roma, pensavo a come si equilibra magicamente tra un paese o un'area o una comunità (un sistema più o meno chiuso) che dispone di una sovrabbondanza di risorse e uno che non dispone neanche delle risorse minime per il sostentamento di chi ci vive. In quel caso il mercato, essendo messo in moto da esseri umani che interagiscono con le risorse, va ad avvantaggiare il lato forte e vampirizza il lato debole. Il fatto è che continuo a non vedere come la rimozione di ostacoli al libero mercato possa equilibrare questa dinamica. Un'equazione del genere funzionerebbe solo in un macrosistema chiuso dove c'è già un equilibrio di fondo tra le risorse disponibili e i fruitori potenziali di quelle risorse, e non capisco come faccia a funzionare quando così non è. E infatti non mi pare che stia funzionando dal punto di vista complessivo. Non mi pare che la disparità mostruosa di disponibilità di risorse economiche a livello globale deponga in favore di questa teoria. A meno che non implichi il fatto che non esiste nemmeno una singola area geopolitica che stia realmente applicando il libero mercato. Ma se non ne esistono, 'sto libero mercato ha la stessa applicabilità e verosimiglianza del leninismo. ‎- Woland
(Non sono capace a dirlo quindi ho scritto una specie di sciarada) (spero che si riesca a intuire vagamente cosa intendo) ‎- Woland
considerare la scarsità di risorse (che poi è la base dell'economica classica, e dell'economia in genere) vuol dire proprio valutare la maniera più efficiente (e giusta) di allocarle. E in questo è il libero mercato che vince. E' incomparabilmente più efficiente perché utilizza in ogni scambio realizzato il meglio delle informazioni disponibili in termini di utilità e costo marginale. I paesi più arretrati, infatti, sono anche quelli che sono più indietro nelle graduatorie sul grado di libertà del mercato (pensa all'URSS, ricchissima di risorse naturali ma priva di libero mercato, e alla disparità nella capacità di generare ricchezza rispetto anche a paesi con mercato non proprio libero come quelli dell'Europa dell'Ovest). Se poi parliamo in termini di libero mercato internazionale, ovvero fra paesi, consiglio Ricardo e la teoria dei vantaggi competitivi, o vantaggi comparati. Anche paesi che sono meno competitivi assolutamente in ciascuna attività (industria) possono essere relativamente competitivi se in condizioni di libero scambio nel mercato globale. Il fatto che una Evil corp. corrompa un governo per depredare un paese povero non accade certo per colpa del libero mercato, quanto piuttosto perché esistono governi supersovrani da corrompere. Non mi verrai a dire che una dittatura militare è un esempio classico di governo liberale, no? ‎- effepunto
comunque non si può riassumere certo l'economia classica in un blog o un socialino, e mi rendo conto che affrontati dal punto di vista non sistematico questi argomenti lascino dubbi. Spero solo di poter dare spunti di lettura a chi è interessato e offrire punti di vista a chi già conosce l'argomento. ‎- effepunto
Ciò non fa un soldo di danno, invero. ‎- Woland
il problema (dei danni da corruzione dei mercati) è accentuato dal fatto che non solo il legislatore non conosce le condizioni di contorno che agiscono sui costi marginali, ma che queste condizioni cambiano su base di tempo relativamente breve; e nessuno stato ha un'organismo di "revisione giornaliera dei prezzi minimi (o massimi)", quindi il sistema è fallato nel manico, portando obbligatoriamente alla distorsione. Il tutto però non basta a dire "libero mercato santo subito", perché in maniera analoga ed opposta, anche in un mercato totalmente libero si possono generare elementi di distorsione (vedi cartelli più o meno occulti ecc.) ‎- Ivan Crema
un mercato libero è il contrario dei cartelli. Poi vi sono delle spinte insite nel mercato stesso che rimediano. Per i mercati a monopolio naturale, lì c'è sì bisogno di regolamentazione, e mi pare che l'incentive regulation abbia dato ottimi frutti a riguardo. Per quanto riguarda l'impossibilità di conoscenza, è proprio quello il punto! ma l'impossibilità non riguarda solo le curve di costo marginale, ma anche e soprattutto quelle di utilità marginale, che si realizzano di fatto solo con la preferenza dimostrata, o all'avvenire della transazione (vediamo se trovo la simulazione di stanford dell'asta doppia). E' di fatto impossibile trasferire queste conoscenze a uno "zar" del mercato, come lo chiama Russ Roberts ‎- effepunto